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Ubwira bwā cāne busiga icó bwari bûje gutīra (La fretta fa dimenticare l’essenziale)

Reportage 2011

Siamo arrivati a luglio, tradizionale mese di "vacanza"; anche quest'anno da Piacenza è però partito, all'interno del Progetto Kamlalaf, un gruppetto di ragazze (Valentina, Cecilia, Costanza e Stefania), diretto in Burundi per partecipare ai nuovi Campi di Lavoro organizzati dal Centre Jeunes Kamenge.

Ecco le loro testimonianze:

Lunedì 18 luglio

Un viaggio di ritorno

Dopo tanta fatica e un viaggio estenuante con uno scalo in più, tanto per cambiare perchè in Africa non si sa mai cosa succede, «pole pole » (piano piano in swhaili) siamo arrivati in Burundi. Poi la stanchezza del viaggio ti fa sudare e tanto, insieme alla temperatura, ma non puoi fare nulla perché le valigie sono in viaggio più pole pole di te.

Il ritorno è sempre particolare, non sai mai cosa può succedere, potrebbe andare bene come male.

Mi sembra davvero impossibile che siano passati due anni, appena arrivati due animatori e lavoratori del CJK (Centre Jeunes Kamenge) René e Alphonse ci accolgono e per me é come riincontrare gli amici di una vita .

René, con il suo fare scanzonato, guida a tavoletta il pick-up facendo lo slalom tra le macchine lente e le biciclette cariche al limite di caschi di banane e tanto altro .

Un veloce giro per la città per recuperare un amico e vedere l’effetto del primo pezzo d’Africa negli occhi delle ragazze che accompagno e viaggiano stipate con Alphonse nel sedile posteriore e guardano con un po’ di apprensione la guida sportiva di René.

I ricordi sono ancora più vivi e riconosco le tante cose sul cammino: i piccoli bar ristoranti al lato della strada, il mercato di Kamenge sempre presente e il cartello del CJK che indica la via, naturalmente non asfaltata, che porta al centro, le tante persone che invadono la strada e alla fine sia apre il CJK che accoglie 36.700 iscritti.

La musica invade ogni angolo e ovunque vi sono ragazzi che giocano a calcio, pallavolo e basket, altri che escono dalle aule addette alla formazione (parallela al campo di lavoro), tutti ci guardano come a sottolineare la diversità .

Prendiamo possesso delle stanze e subito il mio sguardo va alle ragazze che sono rimaste un po’ stupefatte da questo essere osservati e mi rivedo un po’ in loro al mio primo viaggio in questa terra magica .

L’incontro con Padre Claudio (direttore del centro) è rapido, limitato solo ad un veloce benvenuto per lasciare spazio alla sera a una più completa spîegazione sul centro, i suoi problemi e pregi.

Sabato finisce il secondo campo di lavoro e noi assistiamo alla festa finale pregustando la nostra .

Si fa appena in tempo ad adattarsi al clima, con una domenica tranquilla passata a giocare a carte con vari ragazzi e un lunedì al lago Tanganika con l’efficace René e Hussein come accompagnatori e tutti i « Muzungo » (bianco in swhaili) presenti al Centre, che siedono nel cassone del pick-up e provocano ilarità e stupore nei passanti sulla strada che esce da Bujumbura e si snoda sulla costa. Il ritorno veloce deve essere prima delle cinque perchè la polizia chiude le strade che escono dalla città e poi alle sei il sole abbandona la capitale e lascia il posto al buio della notte. La cena di Patrice sempre valida ci dà l’ultimatum.

Martedi si lavora con sveglia alle sei, quindi é meglio andare a dormire un po’ di più.

Le ultime domande delle mie compagne di viaggio trovano risposte, anche se forse incomplete perchè è impossibile spiegare ciò che accadrà domani.

Quindi pole pole siamo in Africa e tutto accadrà alla giusta velocità

Valentina

 


Africa. Burundi. Bujumbura. CJK.

Finalmente arrivati dopo un viaggio estenuante di 12 ore, accompagnati dalla nostra fedele sfortuna che oltre a crearci problemi con il visto, ci ha anche fatto arrivare le valigie un giorno dopo.Ma siamo arrivate e questa é la cosa importante.

Mi sono resa conto di essere entrata in un altro mondo già dal profumo che aleggiava nell’aria: un profumo di spezie, un profumo di terra arida, é un odore diverso dal nostro, meno umido e meno soffocante.La seconda cosa che noti poi quando arrivi in Africa sono queste enormi distese di vuoto, di nulla, cioè solo terra, sassi e grandi spazi coperti da vari tipi di vegetazione.

Una volta giunti in aeroporto siamo state recuperate da René e Alphonse due ragazzi del Centro che ci hanno condotto fino a Kamenge, il quartiere dove risiede il Centro Giovani a Bujumbura, passando per le strade della città.

Il primo impatto é stato piuttosto forte.

Ti ritrovi immediatamente immerso nel caos più totale, ma non il caos cittadino che intendiamo noi come il traffico di Milano centro alle sei del pomeriggio.Ti trovi completamente circondato da un mucchio disordinato di persone in bicicletta, in bus, in macchina, che trasportano carichi spropositati di materiale e di cibo; da mezzi aperti e carichi di persone, da taxi improvvisati con mezzi di trasporto che da noi sarebbero presi immediatamente di mira dal codice stradale. Nessuno che rispetta precedenze, ma tutti che sorpassano e sfiorano la gente per strada.

L’aspetto che più mi ha impressionato, messo anche un po’ a disagio e in soggezione sono stati i loro sguardi fissi su di noi muzungo.Sguardi che non capisci se siano di disprezzo, di paura, di ostilità oppure semplicemente di curiosità.La sensazione che si prova a sentirsi « diverso » mi ha scosso parecchio.Cercavo invano perennemente un qualcosa che potesse farmi ricordare casa.

Ma qui si tratta di fregarsene: si deve liberare la mente dalla paura e dal timore per buttarsi in questo nuovo mondo che all’inizio ti scuote, ma che poi diventa una magnifica opportunità, una grande unica occasione per conoscere, scoprire, esplorare e confrontare.

E il conforto lo trovi poi nelle straordinarie persone che abitano questo magico paese. Ricorderò per sempre i loro sorrisi e il loro calore.

La domenica mi sono alzata presto per assaporare il silenzio del mattino che vige nel centro. Qua la luce del sole si può notare dalle sei del mattino alle sei di sera. Per cui alzandomi alle sei e trenta riesco a vedere già il centro e la mia camera illuminati. E’ strano questo silenzio poichè ieri abbiamo assistito alla festa del secondo campo di lavoro che era appena terminato: grida di gioia, colori, energia, musica, canti e voglia di esprimere le proprie emozioni.

Dopo questo momento di pace che mi sono goduta in solitudine, siamo andati alla messa del centro e anche qui non si sono risparmiati a fare festa, a muoversi, a cantare.

Oggi, lunedi, abbiamo fatto i turisti nababbi per riposarci il giorno prima di iniziare il campo di lavoro e fare mattoni. Siamo stati infatti sul lago Tanganika accompagnati da Renè e Hussein che ci hanno fatto assaporare per una giornata anche un po’ di Africa per vacanzieri.
Cecilia

Martedì 19 luglio

Eccoci finalmente al primo giorno di campo di lavoro.

Il campo inizia di martedi e termina il sabato della settimana successiva con una grande festa per aver fatto 15 giorni di lavoro insieme.

L’intento é quello; non solo il premio finale (che consiste nell’occorrente per la scuola –quaderni, biro, matite e altro- perché in Burundi se non si hanno gli « strumenti » per la scuola non si può frequentare) con l’aggiunta di un pasto, una doccia e la formazione giornaliera, ma anche socializzare, diventare amici (perchè i ragazzi che partecipano al campo –anche se vengono da quartieri vicini- non si conoscono) e imparare a lavorare insieme dividendo le fatiche.

L’inizio è sempre un po difficile, la sveglia suona alle sei per guadagnare un po' di tempo sugli altri « BAZUNGO » (plurale di muzungo) ospiti e per le sette ci si trova al campo da tennis che si usa per la riunione mattutina e il pranzo. Ogni gruppo è formato da 18 ragazzi : 9 femmine e 9 maschi (per dare equità ad entrambi i sessi dato che ancora oggi il problema delle donne come inferiori è molto vivo), un animatore (burundese) e un muzungo (che fa il campeur – campista). L'età dei ragazzi varia dai 16 ai 20 (l’età minima richiesta dal centro per poter iscriversi e prendere parte alle attività sono appunto 16 anni). Il primo giorno i gruppi devono essere formati. Alcuni ragazzi si sono già iscritti quindi non resta che formare i gruppi nuovi o terminare di formare quelli non ancora completi. Quindi Claudio si ferma di fronte a ogni gruppo chiedendo quante persone servono e al suono della richiesta squillante « troi fllies et deux garçons » (tre ragazze e due ragazzi come esempio) si completano i gruppi.

Ogni gruppo ha a disposizione una « natte » (stuoia tipo cannetta) uno scatolone (in cui posare gli zaini con i vestiti di ricambio), una scatola che contiene il materiale di ogni singolo partecipante (un foglio con i canti, un foglio con i pensieri sull’argomùento della formazione « tolleranza »), un quaderno e una biro. Formati i gruppi l’anilmatore sceglie uno dei ragazzi per andare a prendere la colazione, che é composta da un panino (vuoto) e un bicchiere di te burundese.

Ogni gruppo é rappresentato da una parola che lega il campo e la formazione: quest’anno si parla di TOLLERANZA. I gruppi sono infatti identificati con la parola tolleranza nelle varie lingue del mondo.

Finita la colazione si parte con gli attrezzi (tre carriole, due zappe, tre pale, un piccone, tre taniche da 20 litri e i secchi per l’acqua e un bidone per raccogliere l’acqua delle taniche) alla volta dei cantieri che si trovano all’esterno del centro nei quartieri nord di Bujumbura (Kamenge, Kinama, Cibitoke, Ghiosha).

Si percorre la strada insieme portando gli attrezzi e una volta giunti al cantiere inizia il lavoro: le ragazze si occupano di recuperare l’acqua; alcune volte da rubinetti con acqua pulita altre volte dai canali di scolo, mentre i ragazzi preparano la terra.

 

Il miscuglio di fango che ne deriva serve per i famosi BRIK (mattoni) che vengono poi lasciati asciugare al sole e una volta pronti si usano per costruire le case. Ogni cantiere ha un tetto di 2500 mattoni, una volta finiti si passa a un nuovo cantriere. È il centro che vaglia le richieste delle persone del quartiere per mandare i lavoratori.

Si ritorna al centro dopo una mattinata di lavoro, si fa una doccia veloce (naturalmente quando c’è acqua) e poi si ritorna dal gruppo che è pronto per mangiare. Il pasto consiste in un piatto diviso a metà tra riso e fagioli con l’aggiunta di qualche verdura. Ogni tanto viene data una pietanza in piu come: le uova, la carne, le patate, una bibita o frutta. E così si continua per due settimane fino alla fine del campo di lavoro quando l’ultimo sabato viene fatta una festa con tutti i campisti.

Durante la festa vengono premiati: il miglior gruppo (per quantità di mattoni), il miglior animatore, il miglior poema, il miglior disegno. Poi ad ogni partecipante viene dato un pacco contente materiale per la scuola e alla fine tante foto e qualche lacrima sanciscono definitivamente la fine del campo.

Adesso tutti alla “maison” e arrivederci chissà magari al prossimo anno!

Valentina

-Il campo-

La luce nuova entra dalla finestra insieme al fumo emanato dalla cucina in cortile. Si sente il vociare degli spaccalegna e delle donne sotto la finestra. La sveglia suona, sono le 6 : 30 , e’ ora di alzarsi. Ci troviamo tutti nel campetto a gruppi, ognuno viene posizionato nel proprio. Quest’anno il campo affronta il tema della tolleranza ed ogni gruppo porta il nome “tolleranza” tradotto in una lingua diversa ; il mio gruppo si chiama Tolerance (Anglais). Sono da poco passate le 7, i ragazzi cominciano ad arrivare, il primo che conosco e’ Jackson, alto, slanciato, con i tratti molto fini e dall’aria spensierata. Poi arrivano Lucienne, Valjean, Le Bronze e Justine. A poco a poco conosco tutti e 18 i ragazzi. Mi guardano perplessi sbarrando gli occhi e ripetono più volte il mio nome che sembra goffo alle loro orecchie. In mezzo al campetto si innalza ogni mattina la bandiera della pace e si canta qualche canzone in francese che e’ ormai diventata il tormentone del centro giovani Kamenge. Ramadhani e Papi scattano poi nell’angolo in fondo al campo a prendere la colazione; che consiste in una pagnotta ed una tazza di te’ profumato fumante.

Non faccio in tempo a mangiare tutto il pane che tutti si alzano e corrono verso l’uscita del campo per andare a prendere gli attrezzi : carriole, formine, vanghe, taniche e secchi, ok c’e’ tutto. Partiamo tutti insieme verso la nostra « parcelle », ossia l’appezzamento dove dobbiamo fabbricare i mattoni. Attraversiamo Kamenge, uno dei sei quartieri della capitale, per raggiungere Mirango II : il caos impera, c’e’ un gran vociare, sento tante voci che urlano « muzungo » e capisco che parlano di me..Girando tra i vicoli e le strade sono assalita da tanti bambini che corrono a piedi nudi e ridono a crepapelle. Mi sento molto osservata e all’inizio non e’ una sensazione piacevole, ma giorno dopo giorno ci si fa un po’ l’abitudine. Arrivati alla nostra parcelle vado a cercare un luogo adatto nel quale reperire l’acqua insieme alle ragazze; mentre camminiamo sono molto guardinghe e scrutano ogni mio movimento e sguardo. E’ molto emozionante fare subito conoscenza e parlare di se’. Alcune ragazze sono timide e molto riservate, mentre altre si mettono in gioco toute de suite e non si fanno problemi a farmi tante domande su di me e sul mio paese. I ragazzi, invece, hanno il compito di spaccare la terra, che verra’ poi miscelata all’acqua. Sono molto solari, cantano tanto per farsi forza a vicenda.

Fare I mattoni e’ un’esperienza tutt’altro che semplice, occorrono pazienza, un po’ di forza e tanta volonta’ di fare. Da subito cerco di dare il meglio di me per rendermi utile, anche se dal punto di vista psicologico (oltre che da quello fisico) risulta faticoso, poiche’ ci si sente giudicati e molto osservati.

L’importante, pero’, e’ lavorare tutti insieme e proprio questo e’ lo scopo del « camp de travail et formation » , per conoscersi e confrontarsi su differenti tematiche e rende molto soddisfatti pensare che si ha contribuito alla costruzione di una casa, proprio come dice la canzone che si sente passare nell’aria al mattino tra le voci dei ragazzi : « ma maison porte ton prénom ».         

Costanza

Martedì 25 luglio

Ed eccoci qua...   Ormai siamo entrate a pieno nella vita del Centro…

Martedì 19 hanno preso avvio i campi di lavoro : 450 giovani, divisi in 23 gruppi, fabbricano mattoni (con acqua, terra e stampini di legno), in tutto 2500, per le famiglie che ne fanno richiesta.

La mattina inizia presto, alle 7 puntualissimi ci si ritrova tutti insieme per fare una piccola colazione, ma solo dopo aver cantato e alzato la bandiera della Pace.

L’ inizio mattina è sempre un bel momento; ci si saluta tutti con affetto, si scambiano due parole e poi le voci si mescolano in una sola mentre intoniamo le canzoni del Centro. Quelle stesse canzoni, semplici, belle, orecchiabili che a volte ci ritroviamo a canticchiare in camera di notte a luce spenta prima di dormire.

Finita la colazione insieme, il gruppo (composto da 9 ragazze e 9 ragazzi) va a prendere carriole, secchi, attrezzi e ci si dirige verso il luogo del lavoro. Si preparano i mattoni insieme fino alle 11.30/12 e poi si ritorna al Centro. Solitamente, durante la mattinata, le ragazze si occupano di portare l’acqua (che sarà poi mischiata alla terra), mentre i ragazzi sono impegnati con picconi e badili.

Verso le 12/12.15 si è già di ritorno al Centro, si deposita il materiale, si fa la doccia e alle 13 tutti i gruppi si trovano insieme per mangiare riso e fagioli. 

Alle 14.30 ( e per la durata di due ore)  inizia la formazione  con diversi incontri su vari temi come AIDS, diritti dell’uomo, tolleranza, guerra ; si può assistere e partecipare a film, dibattiti, sketch comici ed attività sportive.

E’ incredibile, il tempo corre velocissimo ed é già passata una settimana dall’inizio del campo. Se ripenso ai primi giorni di lavoro, é stato difficile. Noi ¨ mozungo¨ ( bianchi) siamo al centro dell’attenzione, delle risate, degli scherzi a volte anche pesanti dei nostri compagni di lavoro. I loro occhi ci scrutano, guardano e poi ridono. Senti pronunciare il tuo nome nei loro discorsi confusi e veloci. La diffidenza è fortissima, é quasi ¨ostilità¨. Ricordo in particolare mercoledì scorso, tornata dalla mattinata di lavoro con un po’ di sconforto. Ma la cosa più importante è non perdersi d’animo, ¨ courage¨ e continuare. Lavorare, stare agli scherzi, rispondere alle provocazioni, sentirsi anche un po’ ridicoli , mettersi in gioco, anche fregarsene!

Così dopo i primi i giorni in cui è un po’ difficile ambientarsi, in cui  pensi ¨ma chi me l’ha fatto fare?¨, in cui fai un pensierino agli amici al mare e ti senti un po’ confusa...    ti ritrovi a scherzare e a ballare ¨Jambo¨ per la strada, mentre François canta in kurundi e swahili e tu in italiano ed inglese; ti ritrovi a fare discorsi profondi con Mussa, sulla strada del ritorno, parlando di guerra, etnie e pace; o scherzi con Diana sulle leggende che si narrano (messi in giro da te) che lei sia una modella ed abiti ad Hollywood. Chantal che ti aiuta durante il lavoro e ti chiede di aspettarla per portare insieme il secchio; Justine che ti regala un pacchetto di pop-corn; Jean-Marie che alza il pollice verso di te e sorride, parlando con i passanti, e raccontando di quanto oggi tu abbia lavorato; Juma che ti ringrazia. Chi prende le tue difese davanti alla gente del luogo; chi ti tiene per il braccio attraversando la strada; chi ammonisce duramente chi ti chiama ancora  ¨mozungo¨ e non col tuo vero nome; chi ti invita a sedersi vicino durante i pasti; chi si preoccupa di lasciarti riso e carote in un angolo del piatto (per evitare i fagioli); chi ti invita ripetutamente a riposarti un attimo dal lavoro, chi ti sussurra un ¨merci beaucoup¨ dopo un semplice consiglio...

Piccole cose,  della durata di un secondo, piccole gentilezze, gesti, che qui hanno un grande valore, che ti fanno bene e ti fanno sentire bene!

Ora, dopo la diffidenza, gli scherni forse, per i tuoi compagni di lavoro, per il tuo gruppo non sei più un ¨mozungo¨ qualsiasi, ma Stefania.

  Stefania

 

 

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